mercoledì 8 dicembre 2010

Oceanici Dispiaceri

Canonizzo il pianto in un ritmico,
denso sospiro
Bevo le lacrime,
dolce Elisir di eterno fallimento
E aspetto, in preda agli scogli,
un trionfo che non c'è

Ma a che serve colpevolizzare il vento,
additandolo per il suo languido fruscio
di neve e schiuma lieve?
Se fischia d'Orgoglio
lasciatelo parlare!;

Analfabeta dei sensi tanto quanto me
Finirà in catene
tra gli effetti risaccosi
della sua stessa deriva

E le mie lacrime, ancora qui,
s'immischiano ai dispiaceri oceanici
indirette testimonianze
di un anomalo avvenire

giovedì 25 novembre 2010

Rintocchi fatali


 Nelle ore più polverose del giorno
clamorosi rintocchi infuocano la strada
ed i ciottoli di nascosto
scivolano nei vicoli del tempo.

Maledetto campanile con i suoi taciti richiami 
ottiene,nell'immediato.
la mia sciocca attenzione
Dispettoso, irriverente, i suoi infantili capricci
insistono
e in un labile respiro uccidono
la mia falsa stabilità.

E cedo...
Con il volto contratto
assaporo la fuliggine infernale
-annaspando nell'ira e nel vuoto-
per rincorrer malamente
una sottile lama di follia..
Per il mio cuore un solo, unico ed insano
desiderio
Chimica sporca, fatale
da bere in un sorso

e poi
Illusioni
infuse nelle vene dell'anima
e Dispiaceri
trasmessi
ed immessi nel sangue
con un gesto d'infinita
pazza speranza

Vivere non posso;
muoio in piedi
Ascoltando il silenzio dei miei echi
per nascondere false certezze
che mai furon tali
E abbandonandomi al nero
dei fatali rintocchi

sabato 20 novembre 2010

La sconfitta degli uomini

Un bieco lamento si schiude
dal bozzolo maturo
Da vita ad un urlo - laconico, bieco
prende il volo e fugge via.
Abbandona le sue larve
S'insedia tra le ali delle nuvole
Raggiunge i nidi tra le stelle
ed i raggi incandescenti
- oh, riccioli dorati d'un sole alto e superbo! -
e mira all'Infinito
Oltre le luminescenze celestiali.
E' un tripudio di forme, ombre, sonorità mistiche
La Natura in prima fila, unica testimone
ed attrice.
I figli suoi palpano i lamenti appena emessi
che brulicano tra i venti
Dove sono tutti gli altri?
Meschini animali politici
pervicaci affittuari di residenti
senza denaro nè certa dimora
Che fanno loro?
Quali i loro posti per assistere allo spettacolo in corso?

Abbassiamo le cornee
limitandoci a tacere
 a blaterar parole
che non oseremmo proferire
e, miseramente,
imponiamo ai timpani un'ostentata sordità.
Come di consueto
dal principio dei Tempi
fummo.

lunedì 1 novembre 2010

L'innominata

Versi malconci e disumani
aromatizzati d'inferno
vedo fiorire tra livide labbra stanche.
Si estingue in un barrito il fuoco dei tuoi Mali
rinvigorisce e prende forma la Signora Morte
sprofonda nel tuo petto
 - scava una nicchia in quel baratro ed ivi s'insedia -
nutrendosi dei tuoi scialbi rimasugli.



 
Brucia, brucia, Là sotto..

Il valzer della vita

Con languida fobia
prendo commiato dalle tue membra
 no, non è il rumore del silenzio
la bestia temuta.
Pioggia e fango,
 alghe e sabbia,
lacrime di corallo si suggellano
 - un unico, un solo alito canino.
Sporge là sopra, alla vista di tutti
gonfio d'un incontenibile orgoglio.
Ed io?
Immersa tra la meraviglia di questi elementi naturali
mi lascio da loro addomesticare, 
colta da una cieca fiducia.
Apro gli occhi, vedo, finalmente
- addio buio, addio tetro e dispettoso miscuglio d'inchiostro!


Un candido gabbiano plana sopra l'infinito dei miei passi
accarezza le nuvole amorose e placido,
 con soave maestosità
si lancia in un valzer dell'ultimo respiro.
Lo sento soffiare petali del sapor di libertà
e spiazzare il sereno
contemplando l'amara distanza che lo separa dal blu celestiale
 - e si libra
 và via, in un'altra dimensione
lotano dalla nostra misera sorte umana.

Deliri notturni


China sulla tua ombra
 commemoro il presente
 biasimo il passato;
 ferma su un filo d'erba che non pare vero
 declino un ricordo dalla disordinata fisionomia
- incosciamente mutilata, sterile ormai.
Ma in fondo, cosa importa?
D'improvviso, dopo secoli di pioggia testarda e ostinata
compare una luce tra gli affanni del sole
- sarà un laico miraggio?
In questo frammentario pomeriggio
d'un giorno mai nato
 in cui persino le ombre pare cambino forma
 capacitarsi d'essere particelle infinitamente piccole
 miseramente disciolte nell'incommensurabilità del Globo.
Perchè? Ancorarsi su minime questioni?
Perchè? Perseverare nella prigionia del rancore?
Perchè? Nutrirsi d'ostentazione e d'odio?
Perchè?, perchè, non brindare al tripudio del Bene ed i suoi sottomultipli?

Mi pervade adesso un'istantanea visione
- immagine fulminea e ratta che in un battito di ciglia scivola via -
 il desiderio di sostare in una meravigliosa zona d'essere
 affondare le radici in un'oasi di Pace e Sole
ed abbuffarmi di colori
e ombre luminose.
Oh follia
 folle utopia!

domenica 31 ottobre 2010

Estasi mortale


Sedevo in bilico su di una sedia d'ospedale di un blu sciapido che cigolava ad ogni impercettiblie movimento. La plastica della spalliera non sarebbe stata sufficiente a sorreggere il mio peso - decisi dunque che fosse meglio non appoggiarmi. Nell'aria aleggiava un odore di disinfettante misto a brodo di pollo proveniente dalla mensa; insopportabili poi le sirene dell'ambulanza che, avvicinandosi, parevano fendere il tempo in maniera ritmica.  Mi chinai in avanti e posai le dita sulle tempie pulsanti, premendo forte, forte, nella speranza che la ferocia del mal di testa mi concedesse un attimo di tregua. Prima di chiuder gli occhi lo sguardo cadde sul pavimento scrostrato, abitato da mattonelle grigie, spezzate, tra le quali ve ne era una che addirittura ballava spiccando al di sopra delle altre. Cercai di distrarmi, trovai quasi curioso quel tetro ambiente ospedaliero in cui purtroppo mi trovavo. La lampada in neon era in procinto di fulminarsi: la parte sinistra scoppiettava, fornendo una luce intermittente che non bastava ad illuminare quella stanza in cui non trovava posto che un lungo finestrone, opaco, pieno di polvere ed arricchito da piccole mostre ivi incastrate.
Abbandonato a se stesso, insomma, tanto quanto me, in quella miseria di stanza.
Ecco però delle voci in lontananza: da una porta, prima lasciata socchiusa con l'ausilio di una sedia appoggiata, comparvero due medici avvolti ne loro candidi camici bianchi.
Quell'arrivo nella sala d'aspetto era stato anticipato dal progressivo avvicinarsi del rumore di zoccoli, dall'emblematico eco che subito si andava diffondendo pe il corridoio. Iniziai a percepire qualche stralcio di frase - erano davvero vicini dunque - e confabulavano tra loro. Aprii gli occhi con un violento battito di ciglia, balzai in piedi e con un finto coraggio mi preparai ad accogliere il responso. Erano ormai a un metro di distanza, fui costretta ad ascoltarli, sebbene l'impresa di decifrare le loro parole si dimostrò più difficile del previsto; ne studia la tesa fisionomia, gli angoli della bocca inarcati all'ingiù, mentre scuotevano la testa con un'angoscia mal celata. Cattive notizie , insomma. Sgranavano frasi, epure non li stavo più a sentire: sembravano due stranieri, di cui non si conosce la lingua, che ti fermano per la strada alla ricerca di informazioni turistiche. Continai a fissare il mio sguardo dentro il loro, fingendomi concentrata; in realtà mi sentivo dentro una bolla insonorizzata che mi impediva di avere contatti con il mondo esterno. Nel frattempo comunque la loro espressione del viso si andava spegnendo, ed io captai il messaggio - abbandonandomi alla consapevolezza che non avrei mai più rivisto la mia professoressa.
Non era sopravvissuta alla complicata operazione chirurgica; io ero lì per lei, mi ero illusa che tutto si sarebbe potuto tramutare in un lieto fine, ma così non fu. La realtà non assume mai le connotazioni di una fiaba, mai.
Il tumore aveva avuto la meglio, ecco cosa era successo... impietrii.
Non ebbi alcuna reazione apparente,ma dentro me sentivo l'inizio di una catastrofe naturale.
Volsi lo sguardo verso destra, e focalizzai l'unica immagine che in quel momento non avrei voluto vedere: un bambino, di otto, nove anni appena, chino su candide pagine d'un libro. Era intento nella lettura, pareva immerso in una dimensione parallela; cercai anche di decifrarne il titolo, così, leggendolo al contrario, ma ero in uno status tale che fallii la semplice impresa.
Mella mia memoria si andava materializzando l'immagine della mia professoressa; lei, appena deceduta nella stanza accanto, che in un passato nemmeno troppo remoto aveva cambiato la mia vita di quasi-adolescente. Capii solo allora che non avrei più avuto l'occasione di ringraziarla - era morta prima che potessi mostarle quando il suo aiuto fosse stato davvero importante per me.
Lei fu la prima che, in linea ufficiale,mi iniziò alla letteratura, facendomi innamorare del cartaceo; fu lei che per prima si accorse della mia propensione alla scrivere,la prima a spendere parole d'incoraggiamento,la prima a credere in me e in un ipotetico futuro.
Un giorno mi mise in mano il Fu Mattia Pascal, una meravigliosa edizione, relegata, alla quale lei teneva particolarmente - era la sua copia, chissà quante volte l'avrà sfogliata, magari nel rileggre qualche passaggio o semplicemente per percepire il fruscio della cart emesso sotto le sue dita. Era la sua copia, un libro con tutta una storia dietro, che dicise di donare a me e a me soltanto. Più o meno consapevolmente quel dono instaurò un rapporto speciale tr noi, ci rese complici - in segreto. Quel gesto mi cambiò la vita, la rese migliore, più ricca e florida: aveva così sancito un nuovo inizio. E ora, ora che lei non ci sarebbe più stata? Avevo perso una parte di me ; la sua era una mancanza incolmabile, che potevo però esorcizzare con l'aiuto di quel libro e con la forza dell'amore che lei mi aveva insegnato e trasmesso.

Verso la rinascita


Aveva un occhio strabico e zoppicava, François, incurante della pioggia che continuava a trafiggergli le vesti ridotte adesso ad un lurido cencio. Di lui non restava che un frammento di materia - logorata dai vizi, sfiorita da un passato non completamente concluso. François, figura incorporea e oramai irriconoscibile, veniva sospinto in avanti da una forza esterna che impermeabilizzava la sua acquisita apatia.Vagava da un tempo che doveva parergli un'eternità, conosceva a memoria ogni squallido angolo di quella maledetta periferia parigina. Era stato incapace di omologarsi alla società che, incondizionatamente, lo aveva respinto, quasi fosse stato un rifiuto non degno di quegli ideali che François riluttava quanto il suo stesso sudiciume. Ripensandoci - e questo fece sorgere in lui una maligna ilarità - era stato lui a rigettare gli schemi convenzionalisti di quel secolo XIX, opponendosi ad essi con la forza della sua sabrosa poesia. Con arduo coraggio aveva scelto la via dell'esilio volontario - sentiva crescer dentro se la folle urgenza di evadere da un mondo che gli adnava stretto; un mondo instriso di meschini dettami tradizionalisti; un mondo che pretendeva di cambiarlo, di spegnere la sua poesia in un pugno di cenere; un mondo che lo recirminava per la presunta immoralità che ornava i suoi versi.
Riaffioravano in lui un'infinità di pensieri, il cui decorso era mediato da una mancata consapevolezza di ciò che era - o meglio, di ciò che quella notte credeva d'essere.
Sentiva addosso il peso dello sguardo degli altri, considerò distrattamente - mentre una folata di vento più violenta delle altre gli strappò via di dosso un mantelletto che poco copriva.
Ma fu quando volse gli occhi in avanti che il suo presentimento tramutò in bieca certezza: dalla parte opposta del vicolo, immerso in una nuvola di stracci, ecco una sagoma scura; non dovette aspettare molto prima che quello gli si accostò al fianco.
François, attraverso l'occhio sano rimastogli, in quel viso smunto scorse due impercettibli fessure, vitree e cave, che penetrarono il suo debole sguardo. 
Impossibile non notare un'analogia tra i due: con tragica ammissione lo stesso François riconobbe, in quella misera sagoma, il suo riflesso. Quella di un mendicante.
Con una voce che pareva provenir dall'oltretomba, quello stralcio d'uomo rivolse a François una domanda che si perse nel vento e nella nebbia ancor prima che potesse vedere la sua conslusione.
Quest'ultimo non parve dargli ascolto, impegnato com'era nelle sue riflessioni: quell'apparizione aveva incrementato in lui la consapevolezza che in tutto questo tempo di vagabondaggio aveva faticato a trovare - o a voler trovare. Era diventato uno dei tanti girovaghi che popolavano le notti buie di Parigi? Era l'apparenza a parlare: ogni notte dormiva in un angolo di mondo diverso, e decifrava ormai con chiari segni la bestiale follia della fame che si indava impadronendosi di lui. La notte precedente aveva trovato asilo sotto un ponte, con lo sguardo in su rivolto a quelle stelle che in un tempo infinitamente lontano erano state fonte di inesauribile ispirazione. Adesso non aveva radici, certezze, tantomeno cibo di cui sfamarsi.
Era un uomo perduto, prossimo alla pazzia, o forse già preda della malattia, come tanti suolevan dire.
- "Signore, mi sente?" - ripetè piu e più volte quella voce, labile, lontana, eppure per un momento inaspettatamente viva.
François no, non lo sentiva. Fissava il volto dell'uomo senza prestar attenzione al fiume disordinato di parole che strabordavano dalle labbra secche. Lo fissava con insistenza e - in un modo privo di ogni logica - nel filo intricato dei suoi pensieri confluirono versi inopportuni che tuttavia riuscirono a cullarlo verso dolci ricordi, di un passato che fu.
E' ritrovata. Che cosa? L'eternità. E' il mare andato con il sole
Una lacrima inumidì il viso di un François che si scoprì ancora capace di commuoversi, sebbene il tempo e le vicessitudini avessero levigato su di lui una patina squamosa; era stata proprio questa pellicola invisibile a cristallizzare i suoi sentimenti, facendolo scivolare in un alone apatico che lo divorò- con una ferocia vorticosa. Eppure era riuscito a non farsi contaminare, François, e fu grato a quel mendicante che, ignaro di tutto, aveva reso possibile la sua rinascita.
La mia foto
A voi offro un cumulo di parole incenerite sotto l'obiettivo della mia macchina fotografica... Niente più, niente meno di questo.